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IL GAZZETTINO – 20 novembre 1969 (Franc.)

Rino D’Ambros: il pittore dello spazio. Dipingere il vuoto, anche se sembra una contraddizione, colorare porzioni d’universo, interpretare i nuovi mondi che ci attorniano, non è cosa semplice e nemmeno facilmente realizzabile. Si può  cadere nella banalità, nella fantasia di un Verne romanzato, si può addirittura far sorgere qualche dubbio sull’eccessiva innocenza di un artista. D’Ambros, invece, con i suoi pannelli, sembra proporre addirittura un’opera didattica. Vale a dire che si potrebbe scegliere a caso un suo lavoro e produrlo come la rappresentazione reale di un pezzo di luna, o di marte. Impressionante, infatti, sulla scorta anche di quanto si è potuto vedere dai fotogrammi registrati dagli astronauti, la fedeltà riproduttiva di un mondo veramente teorico eppure concentrato dalla sua ispirazione. I colori vibrano di tonalità opalescenti, procurano ombre allungate tipiche di quei corpi immersi nella notte lunare, appena sfiorata da un lembo di luce che ingigantisce un’asperità, una collina. E tutte quelle linee, atomizzate in un concerto musicale di oggetti, che collegano le dimensioni dell’opera, inducono chiaramente a concepire lo “spazialismo” come realtà pittorica inusitata.
E’ un’arte decisamente moderna, al passo con il progresso tecnico (non per nulla la rassegna “al sole” è dedicata ai “pionieri del cosmo”) che vuole dimostrare come sia possibile raggiungere emozioni estetiche anche al di fuori del nostro ambiente, e scoprirvi sinfonia attenuata di verdi, gialli, blu, e rossi in quel mosaico celeste che è l’universo. L’impressione della glacialità, della morte, dell’immutabilità, sgorga incontenibile dalle sue opere. E nello stesso tempo D’Ambros offre l’opportunità ad una riflessione, di ordine etico e di carattere umano: perché un pittore ha sentito la necessità di illustrare porzioni di universo, proprio là in cui non c’è vita, non c’è emozione, non c’è dinamica? Forse il concetto è di carattere filosofico. Forse D’Ambros ha voluto testimoniare la nullità dei confini terrestri, l’avanzata di un seme religioso che si identifica con quell’atto di fede che è l’assoluto; ha voluto consentire all’uomo di spaziare non solo col pensiero ma immaginariamente anche con l’occhio  in quei luoghi in cui oggi gli astronauti stanno aprendo per tutti nuovi tracciati, dilatando la tradizionale idea del mondo. Sono interrogativi inquietanti che l’emotività di D’Ambros ha saputo creare; Ha dimostrato comunque una cosa: L’ispirazione è infinita, come il concetto dell’arte.

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